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Comune di Zevio
Cenni storici

Il medioevo

Chi viene a Zevio e non ne conosce la storia, rimane sorpreso dal nome "castello" dato a un edificio che oggi non ne ha alcuna caratteristica, tranne l'ampio fossato che lo circonda. C.Guido Mor, Dal periodo barbarico al Mille, in Verona e il suo territorio, II, Verona 1964, dopo aver spiegato il ruolo militare della città alla fine del secolo V, definisce Verona "antemurale d'Italia verso la frontiera orientale " e prosegue: "Dalla chiusa dell'Adige alla foce, il fiume fu la nuova linea di arresto definitivo, punteggiata già allora dalle difese permanenti di Zevio, Montagnana e Monselice." Quindi nel 489, quando Teodorico sconfisse Odoacre sull'Isonzo, a Zevio esisteva già un fortilizio: era attorniato da un piccolo ramo dell'Adige, come lo sarebbe stato poi per molti secoli (v. lucido Gallovich).

Mor conclude: "Le altre linee di fiumi, dal Tagliamento al Bacchiglione, non potevano che essere di arresto temporaneo o perché troppo vulnerabili, oppure troppo lontane da un centro urbano". Odoacre infatti, dopo la prima sconfitta, cercò subito di organizzare una nuova difesa tra il Fibbio e l'Adige (S. MARTINO BUON ALBERGO e ZEVIO), ma era troppo tardi per fermare gli Ostrogoti. "Per gli Eruli non ci fu scampo: spinti nell'Adige da Teodorico, furono travolti dalle irruenti acque del fiume". (L'ambiente veronese, Cassa di Risparmio di Verona, Verona 1979/1980).

Dopo lo stanziamento dei Gepidi nella seconda metà del VI s., nei secoli VII e VIII Zevio accrebbe la sua importanza proprio come capoluogo dell'Arimannia Gepidana, la quale assunse un ruolo di rilievo sempre più evidente nella struttura socio-economica della media pianura veronese. [Arimannia: territorio abitato da Arimanni, ex uomini d'arme ai quali erano state assegnate terre coltivabili, in zone di interesse strategico]. La campagna di Zevio, quella di Santa Maria e quella di Bosco presentavano condizioni adatte a un'ampia varietà di colture, disponendo di terreni facilmente irrigabili e di buon impasto; le zone boscose, poi, lungo l'Adige, alla Maffea e a Bosco, offrivano legname e selvaggina.

Il più antico documento in cui appare il nome Gebitus è il testamento di Engelberto da Erbé (846), il quale possedeva una masseria nella campagna di Zevio.

Nell'anno 882 la FINES GEPIDANA era già autonoma, anche perché poteva avvalersi, insieme con il Castello, di un forte presidio militare e di una peculiare posizione strategica: segno del potere è la vastità del predominio del capoluogo, estendentesi dall’antico tracciato veronese della VIA POSTUMIA a Salizzole, dalle vicinanze di Verona al Legnaghese, per un'area di circa 360 kmq, ben 7 volte l’ampiezza dell’attuale comune. Le condizioni economiche erano migliorate rispetto a quelle del precedente periodo storico, più burrascoso; si aggiunga che nel 903 Zevio aveva già una chiesa collegiata, cioè diretta da un collegio di presbiteri e diaconi, capeggiati da un archipresbyter, la cui giurisdizione si allarga alla maggior parte delle comunità presenti nella (Fines) Gepidana, detta più tardi Zevedana e poi Zosana.

Nei primi decenni del 1100 il Castello con l'area gepidana era feudo di Olderico SACHETO, giusdicente della Valpolicella. Dopo la metà del secolo, subentrarono i conti LENDINARA, nipoti dei Sacheto, che ebbero l'onore di ricevere l'investitura dallo stesso BARBAROSSA, a Wred nel 1172, come racconta Riccardo da Venosta (B.Bresciani, Vestigia e Visioni, Verona 1938).

Nel 1176, subito dopo la vittoria dei Comuni lombardo-veneti a Legnano (29 maggio), i Lendinara vennero cacciati da Zevio e il Castello fu bruciato; fecero ritorno soltanto il 19 gennaio 1182, accompagnati dal Podestà di Verona, conte Sauro (Archivio di Stato di Verona).

Nel 1193 Zevio dovette cedere 9 kmq della propria area a sud di Volon (Oppeano poco più di 4), per dare origine a Palù, nato su iniziativa del milanese Guglielmo de Osa, podestà di Verona.

I primi decenni del Duecento videro nel nostro territorio una cospicua presenza di Umiliati: due comunità a Zevio (1212 e 1218), una a Santa Maria (1225 ca.) e una a Casale di Volon nel 1233. Ad esse fu collegata in seguito la "casa" di Ronco, aperta alcuni anni dopo. Erano parecchie decine di "fratelli", in buona parte colti e ricchi di iniziative, capaci di dare un benefico impulso all'organizzazione sociale ed economica: ben presto si notarono migliorie nelle campagne, sviluppo dell'artigianato, diffusione di nozioni aggiornate in varie attività.

Nel 1226 i Lendinara avevano già abbandonato il Castello di Zevio e Verona, dove scoppiarono lotte sanguinose tra conti di San Bonifacio e Crescenzi, contro Montecchi e Turrisendi. Nel 1234 "i Bresciani con i Mantovani assalgono i Veronesi[...] e bruciano Zevio. Ronco, Oppeano[...] mentre EZZELINO da Romano è rettore e capo della parte dei Montecchi". (M.Carrara., Gli Scaligeri, Milano 1966 e 1971). Il Castello in questo frangente subì gravi danni e così accadde anche il 14 maggio 1236, in scontri tra le stesse fazioni.

A Verona nel 1259 (anno della morte di Ezzelino) venne eletto Podestà del Popolo MASTINO DELLA SCALA; poco tempo dopo il Castello di Zevio passò alla potente famiglia e cominciò ad apparire qua e là nelle cronache del centenario periodo scaligero.

Nell'anno 1336 i CARRARESI di Padova, città insofferente del dominio veronese, si allearono coi VISCONTI contro i DELLA SCALA, che si trovavano in difficoltà con Venezia, nonché con Firenze per la città di Lucca.

Durante il 1378 Bernabò VISCONTI, mentre lottava contro Bartolomeo II e Antonio I figli di Cansignorio, fu ospite per un mese nel nostro Castello, insieme con la moglie Regina della Scala, figlia di Mastino II (donde l’appellativo di visconteo dato in alcuni documenti e stampe anche recenti al Castello). In quel tempo Zevio era sede di Capitaniato, comprendente tutta l'area della Zosana. Nel 1380 il Capitano era Francesco DE MAZE: riceveva una indennità mensile di dodici ducati d'oro, dei quali tre pagati da Zevio, il resto dovuto dagli altri "comuni", secondo il numero dei nuclei familiari.

All'inizio del 1383 il nuovo capitano è Santo CHELLUCCI che l'11 gennaio, nella piazza centrale del paese, comunicava alcune prescrizioni dalla "piera del pesse" (penes lapidem piscium) [immagine 00]: questo appellativo ricorda le lontanissime origini dell'attività mercantile nella piazza di Zevio. L'archivio comunale conserva una nota relativa all'estimo del "Territoro Veronese anno 1396": ai primi posti si leggono Legnago (da Albaredo-Trevenzuolo al Polesine), Peschiera (da Sirmione a Malcesine), Zevio e Bussolengo.

Il 25 settembre 1404 il Castello ebbe il primo Rettore mandato da Venezia, la nuova signora di Verona: Nicolò DE RANGONIS de Brenzono, proposto dal nuovo "Signore di Verona" Francesco NOVELLO. Intorno al 1420 la Serenissima decise di ridurre i Capitaniati nei più modesti Vicariati e assegnò un Capitano soltanto ai capoluoghi di provincia. Al Vicario di Zevio venne affidato un territorio di circa 160 kmq. Nel 1435, su consiglio di Francesco SFORZA, il Senato Veneto stabilì di abbattere il Castello; l'ordine esecutivo porta la data 25 settembre 1438, ma non venne attuato, cosicché alla fine si decise soltanto di cancellarlo dal novero delle opere di difesa.

Verso la metà del Quattrocento il nostro paese, come Legnago, era servito da uno scalo fluviale, a conferma dell'importanza economica e commerciale della Zosana: lo attesta il LUCIDO GALLOVICH dell'Archivio di Stato di Venezia, sul quale è scritto "el porto de Zeveo"; una copia dello stesso documento, conservata nella Biblioteca Civica di Verona, riporta la precisazione "di anonimo del 1479-1483".

Il 21 febbraio 1493 fu convocato nel castel de Zeveo il Consiglio generale del Territorio veronese per la nomina dei Colonelli, i capi degli 8 Distretti: Legnago, Zevio, Soave, Masi, Valpantena, Isola della Scala, Peschiera, Gardesana dell'Acqua.

Nel 1497 l'ex regina di Cipro Caterina CORNARO (o Corner), una delle protagoniste dei bembiani Asolani, proveniente da Brescia, sostò due giorni nel Castello, prima di proseguire per Venezia (Pier Zagata, Cronaca di Verona).

L'età moderna

A cavallo tra Sette-Ottocento passarono e spesso sostarono le truppe napoleoniche; ciò avvenne con particolare frequenza prima e dopo la battaglia di Arcole (15-17 novembre 1796), quando si lamentarono continue requisizioni, prepotenze e danni d’ogni genere, compreso l'incendio dell'Archivio Comunale nella primavera del 1797. Nella VlLLA SACRAMOSIA, i Galli (forse perché erano ospiti gli ufficiali) si limitarono a qualche scritta sui muri, conservata fino ad oggi.

Il 29, 30 e 31 ottobre 1805, con la battaglia di CALDIERO, seguita da don Francesco Fresco, parroco di Zevio dal 1799 al 1829 dall'alto del campanile (come testimoniano le sue memorie conservate nell’Archivio Parrocchiale) si rinnovarono furti e soprusi così descritti: "Prevedo -che Dio ce ne scampi- una grande carestia di generi alimentari"; e più avanti "Il generale francese Jacques François BRUN ferito gravemente ieri 30 ottobre, oggi è morto in questa Canonica".

Nel 1815, ritornati gli Austriaci, Zevio divenne capoluogo con Gendarmeria di uno degli 11 Distretti della provincia.

Dal 1833 si datano i progetti per l’ampliamento della cinquecentesca chiesa parrocchiale, come quello a tre navate del noto architetto veronese Bartolomeo Giuliari, lasciato però da parte, forse perché troppo costoso: i proventi sarebbero dovuti venire da offerte e donazioni di famiglie abbienti del paese, che preferivano un progetto meno dispendioso, in cui si potessero riutilizzare i materiali di demolizione; venne scelto quello di Francesco Ronzani, portato a termine negli anni Quaranta.

Chiesa di ZevioL'edificio, giunto sino ai nostri giorni contiene pregevoli tele di Felice Brusasorzi e della sua scuola (Ottino e Creara); ci sono statue lignee dorate del Seicento, una pregiata serie di candelabri e una ottocentesca Via Crucis con cornici di valore artististico. L'opera d'arte più antica e importante è la croce di metallo prezioso e cesellato datata XIV-XV secolo. Il campanile porta inciso l'anno 1488. Accanto alla parrocchiale sorge l'oratorio delle Sessanta Vergini, convertito nella parte inferiore in teatrino, in quella superiore in magazzino.

Chiesa Antica Nel 1842, dopo dieci anni dal progetto, venne eretta nella piazza principale del paese (oggi nominata piazza s. Toscana ma durante tutto il periodo di regno dei Savoia fu detta piazza Vittorio Emanuele II)una colonna in cima alla quale si erge ancor oggi una statua della patrona s. Toscana in atto di assistere un povero inginocchiato ai suoi piedi, opera dello scultore G. Spiazzi.

La Madonna di ZevioTale statua fu voluta dalla popolazione e specialmente dall'allora arciprete don Luigi CHIARENZI, come simbolo evidente del suo programma pastorale, che lo portò a fondare nel 1848 l'OSPITALE-RICOVERO.

Nello stesso anno, lo zeviano studente di chirurgia Vincenzo LUCHI sacrificò la vita per la patria a Sorio Vicentino, combattendo contro l'Austria di Radetzky (gli è dedicata una via del capoluogo e una lapide sulla casa natia in Corso Cavour).






Intorno a quegli anni cominciò anche la scuola postelementare (cioè il ginnasio inferiore, corrispondente grosso modo all'odierna scuola media; v. lapide sul lato nord dell'ex-municipio: "A don Gaetano Turrini/ pio sacerdote e maestro sapiente/ dove per ventitré anni insegnava con grande ardore/ le ginnasiali discipline/ educando la gioventù a nobili sensi di religione e di patria/ gli scolari con grato animo questa memoria posero. Nacque a Sona nel 1830, morì a Valeggio nel 1887. 25 settembre 1899") che poteva disporre della Bibliotheca Jebethana, avviata all'inizio del secolo dal parroco e vicario foraneo di Zevio, don Francesco Fresco, dotata di libri messi a disposizione dalla stesso fondatore, da altri sacerdoti e dalle famiglie più colte della parrocchia, alle quali appartenevano amministratori comunali.

Nel 1865 il Castello divenne proprietà del Comune che provvide a sistemarvi le Scuole elementari, l'Asilo infantile, le Suore della Misericordia e la Stazione dei Carabinieri.

Disegno del PonteNell'anno 1880 si inaugurò il ponte PEREZ sull'Adige, così detto dal nome del sindaco Antonio Perez (1821-1890) che ne promosse la costruzione, collaudato dalla grande piena del 1882. In questi stessi anni il fossato del Castello divenne un vivaio di pesci, essendo alimentato dal fiume; l'area al suo interno venne coltivata come frutteto sperimentale, il primo della provincia. Alcuni Zeviani ricordano ancora l'eco di un fatto straordinario di quel tempo che attirò curiosità e ammirazione: la partenza dal cortile delle scuole ospitate nel Castello di alcuni palloni aerostatici.
El trenin davanti alla Chiesa
Nel 1897 dopo tanti progetti e qualche contrasto, la vecchia diligenza a cavalli venne sostituita dal trenino a vapore sul percorso Verona-Zevio-Coriano di Albaredo: gli abitanti del paese lo ribattezzarono "el masenìn" (il macinino), per la sua lentezza. Il servizio fu tolto nel 1927.


Sul piano economico l'Ottocento zeviano si ricorda anzitutto per la grande attività dei cestai ("sestelari"), che popolarono il mercato settimanale con manufatti di varie forme. Nel lavoro dei vimini, che durava dal Seicento e continuò fino alla Seconda Guerra Mondiale, erano diventati abili artigiani anche numerosi contadini e operai di altri mestieri. In molte case di campagna dall'inizio del secolo XIX si diffuse l'allevamento dei bachi da seta ("cavaleri"), cibantisi delle foglie delle dei gelsi ("morari"); Ne derivò la necessità di una filanda, che entrò in funzione verso il 1880 presso l'attuale piazza Marconi e lavorò fino al 1923, quando fu sostituita da quella nuova di via Fratelli Stevani. Secondo don Lucillo Poli, Una famiglia cristiana: gli Stevani, Verona 1911, "da noi la filatura della seta era già stata avviata almeno da11844". Le cronache del secolo scorso ci parlano inoltre dell'annuale fiera dei cavalli, che si svolgeve nel "campeto" (area alberata di piazza S. Toscana) e lungo parte delle vie Altichiero e F. lli Stevani.

Il Novecento fino al secondo conflitto mondiale

Nell'area zeviana continuava la molteplice attività artigianale (non solo dei vimini) e quella commerciale, come pure la coltura dei bachi con la filatura della seta; la campagna manteneva comunque il suo preponderante ruolo economico-sociale.

Subito dopo la Grande Guerra 1915-18, in cui caddero oltre 100 soldati zeviani e ne rimasero feriti più di 200, si pensò di onorare i caduti con monumento; vinse il progetto generale dell'architetto Giovanni SALVI, che prevedeva l'assetto del terreno circostante al Castello in forma di Parco della Rimembranza mentre per il monumento fu scelta la proposta dello scultore prof. Egidio GIRELLI (entrambi veronesi). I lavori furono ultimati solo nella primavera del 1928, sia per intralci legali, sia per motivi tecnici relativi alla sistemazione dell'ampio parco, collocato su due piani davanti al Castello. Durante gli stessi anni vennero riattati il ponte est del Castello e l'ingresso dalla piazza.



Trascorsi alcuni duri anni dopo il conflitto, nei campi si manifestano evidenti segni di ripresa, favorita dalla meccanizzazione e da una migliore rotazione agraria. Nelle frazioni di Volon e Bosco la coltura e l'essiccazione del tabacco offrirono nuovi posti di lavoro, mentre cominciarono ad espandersi frutteti e piantagioni di ortaggi, soprattutto nella frazione di Perzacco. Dietro il Castello, fu attiva dal 1921 1a "Pomarola", che lavorava un ottimo concentrato di pomodoro; due anni dopo, fu aperta la nuova filanda con 120 dipendenti. Nella frazione di Santa Maria aumentò l'allevamento dei bovini e si sviluppò notevolmente il settore lattiero-caseario.

Nel 1925 viene riconosciuta l'"Associazione Calcio Zevio" e, poco dopo, la "Società Bocciofila"; il primo gruppo sportivo risale però a1 1905, costituitosi con l'inaugurazione del Tiro a Segno Nazionale, dal quale prese il nome, e ne1 1929, a Torino, nella gara nazionale a squadre, classificatosi terzo dopo Roma e Firenze.

Negli anni Trenta, per iniziativa privata, a Zevio ritornò il ginnasio.



Nel secondo conflitto mondiale le perdite umane zeviane ammonatrono a 118, compresi i civili morti sotto il 23 aprile 1945, durante un’incursione aerea degli alleati, che inseguivano i Tedeschi in fuga: rimasero colpiti il ponte, l’ospedale Chiarenzi (in cui morirono 12 pazienti e il primario dott. Sante Trestini), il "seccatoio" e le case di civili adiacenti a quegli edifici.

Origini e ipotesi toponomastiche

La presenza di insediamenti nel territorio zeviano ben prima dell'era cristiana è nota almeno dal Settecento, quando si scoprì a Campagnola di Zevio un'area archeologica ricca di significativi reperti romani (J. Muselli, Antiquitatis reliquiae, 1756).
Nell'Ottocento tornarono alla luce altri resti molto interessanti di Roma imperiale presso la frazione di S. Maria, nelle proprietà dei conti Sagramoso, a Bosco vicino al capitello di S. Antonio e nel capoluogo (cf. Th. Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum, Inscriptiones Galliae Cisalpinae Latinae, V 1, Berolini 1872, nn. 3528, 3533, 3710 e quotidiano L'Arena).
Giovanni Salvi, Vita Veronese, luglio 1956 scrive: "I ritrovamenti romani in Zevio sono molti e il sottosuolo, ogni qual tratto, ci restituisce qualcosa; nel 1946 nei campi di Cadellora (Bosco) si trovarono due tombe romane con diversi vasi e due anfore. In Zevio abbiamo ancora il cimitero romano in località Filovo Fornace (a sud dell'odierna via Vincenzo Luchi); fu rintracciato anni addietro[...] con vasi e monete che avevano l'effigie di Claudio Cesare Augusto".
Dal 1986 al 1996, nella zona intorno a Santa Maria (Rivalunga compresa) l'Archeoclub locale, con l'aiuto di quello cittadino, ha svolto numerose ricerche ottenendo eccellenti risultati: sono state scoperte le fondamenta di due ville agresti romane e tre aree cimiteriali, con vari importanti reperti attribuiti al periodo "III secolo a.C - II secolo d.C.". L'encomiabile lavoro dell'attivo "Archeoclub Santa Maria" continua.
Sulla base di queste innegabili testimonianze, fu proposta nel secondo Ottocento l'etimologia *Devius > Zevio, dall'aggettivo latino devius, col significato di "paese fuori della via", cioè la via Postumia. Quella strada consolare, ultimata nel 148 a.C., che collegava il mar Tirreno (GENOVA) con l'alto Adriatico (AQUILEIA) passando per Cremona, Verona e Vicenza, distava dall'odierno paese tre miglia romane, un po' meno di 4,5 km. Tale ipotesi, però, non è adeguatamente suffragata da documenti antichi: ha l'aria di esser nata a posteriori, a partire dai ritrovamenti archeologici, per nobilitare le origini del paese, rendendolo romano piuttosto che barbaro.
Più probabile la derivazione del nome di Zevio da JEBETUM, scritto sull'antico stemma comunale: dalla pronuncia Gebetum derivarono, attraverso i vari mutamenti fonetici, Gebeto, Gebeo, Zeveo che leggiamo nei primi atti ufficiali della Repubblica di Venezia (XV s.). Il toponimo Gebetum si spiega con lo stanziamento dei GEPIDI, dopo che nel 566 erano stati sgominati da Alboino: il primo re dei longobardi, ucciso Cunimondo, ne sposò la figlia Rosmunda e permise agli sconfitti di stabilirsi nel nostro territorio.
Da allora si parlò di "Terra dei Gepidi" - in latino FINES GEPIDANA - e il suo maggior centro abitato si chiamò Gebetum.

Il secondo dopoguerra e la ripresa economica

La ricostruzione iniziò dall'Ospedale Chiarenzi; il cantiere del ponte, sostituito nel periodo 1945-51 da un ponte di barche gettato dal genio militare, fu aperto il 1° luglio 1949, dando lavoro a parecchi disoccupati dell'epoca. Il manufatto fu inaugurato il 9 settembre 1951 ed esiste tuttora. Qualche anno dopo le strade principali vennero asfaltate e, con l'aumento dei mezzi di trasporto pubblico e privato, furono favoriti gli scambi commerciali, essenziali per il rifiorire del mercato settimanale.

Nuove sedi scolastiche vennero costruite, anche per offrire occupazione ai lavoratori, specialmente nei mesi invernali, e nel contempo si organizzarono corsi serali gratuiti di recupero per i giovani; presso la Direzione Didattica venne fondata la Biblioteca scolastica con un buon numero di volumi di varia cultura. La campagna riprese il suo ruolo fondamentale, allargando e migliorando le colture ortofrutticole, gli allevamenti e la produzione di latticini. Nel 1952 si inaugurò la prima "Festa della Mela", e, qualche anno dopo, si mise in palio una "mela d'oro" per il miglior produttore; ancora oggi vi partecipano grandi "Consorzi Ortofrutticoli", nati a Zevio in quegli anni.

Nelle sagre annuali di luglio (s. Toscana) e ottobre (Festa della Mela), ricoprono un posto di spicco attrezzi e macchine agricole, insieme con prodotti di artigianato; l'ex-municipio ospita mostre (anche personali) di pittura, scultura, ferro battuto e fotografia.

Nel 1954-55 si effettuarono i lavori per la nuova recinzione della peschiera del Castello, con un cantiere di disoccupati: l’acqua venne completamente tolta per una pulizia straordinaria e radicale, anche dalle bombe che vi erano cadute un decennio prima; la storica "piera del pesse" venne trasferita sul terrazzino occidentale del Parco della Rimembranza.

 

La parrocchia di Zevio riapriva la Scuola di cucito, già attiva negli anni Trenta e appoggiata dall'allora parroco don Arcadio Merlini; negli anni Sessanta e Settanta dava avvio alla costruzione della Casa Alpina di Spiazzi, nel comune di Caprino Veronese, di una nuova scuola materna nel terreno donato da Giovan Battista e Giuseppina Meneghini, e del Centro Giovanile.

Nei primi anni Sessanta Zevio vide già realizzate le seguenti opere: case popolari, una centrale idroelettrica, un acquedotto per tutta l'area comunale, rete di distribuzione del gas metano e ben sette edifici scolastici nuovi. Mentre si attivavano altri laboratori, intorno a Zevio e Santa Maria (e in seguito a Campagnola), si riscontro un notevole sviluppo edilizio.

In questi ultimi anni si è registrata una lieve flessione nel numero dei laboratori di artigianato; in compenso si conta su tre attività industriali piuttosto importanti e che possono avere alcune prospettive di ulteriore sviluppo. Si sta inoltre concludendo il completamento della superstrada Verona-Rovigo-Adria e degli svincoli ad essa collegati.

Nel 1990 la sede municipale è stata spostata nel Castello, il cui quadriennale restauro conservativo ha ridato solidità e bellezza ad un simbolo del paese.

 

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